mercoledì 7 agosto 2024

La domanda più difficile

 

Ieri mattina sono andato in chiesa per assistere alla funzione funebre per la morte di un giovane di soli 18 anni, nipote di una carissima amica, in un incidente stradale.
La chiesa era letteralmente gremita di giovani amici del defunto il cui numero talmente elevato , calcolai nel minimo di oltre 100 , mi lasciò stupefatto.
Mi domandavo infatti che cosa avesse avuto di eccezionale quel giovane per raccogliere intorno a se tanto affetto.
La risposta che mi diedi non poté che essere la partecipazione affettiva nei confronti di tutti coloro che in vita gli  erano stati intorno e che ieri ne sentivano la mancanza.
Dunque una  bontà assolutamente fuori da ogni comune aspettativa.
Questa mia conclusione  venne in qualche modo confermata dall’omelia che il celebrante aprì con l’invocazione a tutti i presenti di non “incolpare Dio” per tale morte.
Ma non ne diede alcuna spiegazione.
Anche nell’omelia di questa domenica il celebrante, commentando il passo del vangelo di Marco che racconta la guarigione del lebbroso che   si era rivolto a Gesù dicendo  “ Se tu lo vuoi puoi farlo” , ha evidenziato la potenza di Dio, omettendo però di soffermarsi sulla volontarietà da cui tale potenza dipende.
A questo punto non ho potuto non domandarmi, ma se il Signore avesse voluto avrebbe di certo potuto evitare quella morte così come aveva voluto mondare il lebbroso, ed allora, perché non l’ha fatto ?
Ed ancora: perché noi uomini di “poca fede” dovremmo cercare comunque di non “incolpare Dio” ,  certo non già di quella morte , ma quanto meno di non aver voluto evitarla ?
Ma se la risposta, per quanto riguarda la nostra fede, non può essere altro che la “qualità”  di quella che noi abbiamo mentre quella del giovane di certo era superiore, perché diversamente non si spiegherebbe l’affluenza alla cerimonia funebre, perché Dio non ne ha voluto la sopravvivenza all’incidente stradale ?
Ed ancora come possiamo, noi uomini di “poca fede”, accettare l’ulteriore invito del celebrante il rito funebre a  tutti coloro che amarono il giovane, a superare il dolore attraverso la certezza della beatitudine che il Signore di certo stava concedendo  al giovane ?

“Quante e che domande ti sei posto Gian Carlo” mi disse l’Angelo la sera quando l’ho trovato che mi spettava in salotto, “ ma sai benissimo che le risposte devi trovarle da solo. Io posso solamente guidarti in questa ricerca”

“ Capisco” risposi “ che la ricerca che mi chiedi, pur se non mi porterà alla certezza della  veridicità delle risposte che potrò darmi, indubbiamente aumenterà la QUALITA’ della mia fede, e questo sarà un gran risultato.

Prenderò quindi  le mosse da alcune certezze.

La prima: che il peccato originale, quale che sia stato, si è risolto in una scelta di indipendenza dei nostri progenitori   rispetto alla volontà del Creatore, che ha portato come conseguenza l’assoggettamento alla morte, che , non essendo stata voluta nella creazione, trova  evidentemente origine demoniaca.

Ovverosia  nell’assoggettamento al Demonio stesso come si desume dalla definizione PRINCIPE DEL MONDO che Gesù ben tre volte ne dà nel Vangelo di Giovanni.

La seconda: che la morte del giovane quindi fu voluta da tale Principe , e di conseguenza non può essere incolpato il Signore.

Ma resta il fatto che pur avendone il potere non volle evitarla, come avrebbe ben potuto. E in fondo a questa colpa si riferiva il celebrante nella sua omelia.

Dunque la ricerca dovrà incentrarsi su quale fosse la volontà del Signore nel momento dell’incidente .

Posto che tale domanda non ha possibilità alcune di risposta per via del vincolo spazio temporale in cui siamo immersi che  impedisce, ai nostri sensi oltre che alla nostra ragione, la effettiva comprensione dello  stesso concetto di eternità in quanto privo di inizio e  fine come tutto ciò che ci circonda.   

Ne consegue che così come non ci è dato comprendere l’essenza  del nostro Creatore se non come infinito  amore, che però proprio la sua mancanza di limiti ce  ne rende impossibile l’effettiva comprensione, altrettanto avviene per la sua volontà. 


venerdì 24 novembre 2023

Il Peccato più grande



Alcuni giorni dopo l’ultimo colloquio con il mio Angelo lo ritrovai che mi aspettava, sapendo evidentemente che la mia introspezione era terminata.

“Dunque Gian Carlo, i tuoi dubbi riguardavano le conseguenze che la sparizione del primo mondo, che Giovanni nell’Apocalisse aveva predetto, riferendo le parole stesse del Signore sulla discesa della Santa Gerusalemme, avrebbe avuto sul peccatore e sulla pena alla quale era stato condannato.

Ed io ti avevo risposto che le risposte dovevi cercarle tu stesso nella Fede che Dio ti aveva dato.

Ed allora sono io che ti domando come hai risolto i tuoi dubbi ?”

Caro Angelo in primo luogo mi sono domandato quale fosse il peccato meritevole di pena perché ritengo che il giudizio divino abbia preso in esame non il peccatore in se ma il peccato commesso.

Mi sono ricordato allora che Papa Ratzinger era giunto alla conclusione che il peccato è uno solo ossia aver ritenuto di poter escludere Dio dalla propria vita, perché in fin dei conti tutte le violazioni  sia del decalogo che del primo comandamento di Gesù circa l’amore per il prossimo, presuppongano consciamente o inconsciamente tale esclusione, che a ben vedere è lo stesso peccato che commise Lucifero.

Se questo è il peccato il peccatore è assolutamente simile a quello e come lui è destinato a sparire e con esso sparirebbe anche la pena.

Ed è giusto che sia così , perché la cognizione della pena inflitta il peccatore l’avrebbe avuta nel “momento” stesso del Giudizio Divino, rendendosi conto dell’esistenza di quel  Dio del quale aveva escluso l’esistenza ,  e che a lui veniva negato per l’eternità.

Perché quel Giudizio avviene fuori dello spazio e del tempo ed in quanto tale nell’eternità di Dio.

Un “momento” dunque eterno anche per lo stesso peccatore.

Sennonché quando credevo di aver risposto ai miei dubbi me ne sorse un altro che riguardava la sparizione col primo mondo anche di quelle bellissime opere che alcuni artisti pur se peccatori meritevoli di sparizione avevano compiuto in vita.

La risposta l’ho trovata proprio nella bellezza o meglio nella provenienza della stessa.

Perché se è pur vero che le opere in se stesse sono frutto dell’attività materiale dell’artista , la bellezza in esse infusa trova la sua fonte nell’anima del suo autore e questa è quella che Dio stesso gli ha dato.

Ed a quell’anima non può quindi addebitarsi quell’esclusione di Dio meritevole di pena.

Ma c’è di più . Quella bellezza è stata voluta da Dio perché potesse essere conosciuta degli uomini e attraverso lei intuirne la provenienza divina.

L’artista dunque altro non è che lo strumento usato e quindi voluto dal Signore, ed allora non è concepibile che possa sparire con il primo mondo un tale essere che in vita è stato così vicino alla perfezione di Dio.

Ma allora la bellezza  lo salverà ?

Caro Angelo, a questa domanda non ho risposta ma solo una speranza.

Ed è che tutti i peccatori,  e non solo gli artisti , che negarono l’esistenza di Dio abbiano nel “momento” del giudizio l’umiltà di chiedere il Suo perdono.

Perché credo che la misericordia di Dio non lo negherà.


domenica 27 novembre 2022

Domande

 





Rileggendo il racconto “ L’Angelo Caduto” giunto al capitolo “ La fine”, nel quale Lucifero, dopo aver riaffermato il proprio rifiuto all’Amore di Dio e prima di sparire per sempre sotto la spada dell’Arcangelo Michele, ode la voce di Giovanni che in chiusura de “L’Apocalisse” pronuncia l’ultima visione.

“Allora vidi la città santa, la nuova Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da presso Dio, pronta come una sposa, abbigliata per il suo sposo.
Ed udii venire dal trono una gran voce che diceva.
< ecco il Tabernacolo di Dio tra gli uomini! Egli abiterà presso di loro; essi saranno il suo popolo e Dio stesso dimorerà con gli uomini. Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e non vi sarà più morte, né lutto, né grido, né pena esisterà più, perché il primo mondo è sparito.>”

Chiudevo quindi il racconto con questa frase:
“ E quando la voce tacque si accorse che anche lui stava sparendo per sempre.”

Rileggendo, come ho detto, il racconto ho sentito di proseguire così quell’ultima frase:
“ma quel che più conta, comprese, nell’ultimo istante, che l’Amore di Dio gli aveva risparmiato quello “Stagno di fuoco e zolfo” dove Giovanni aveva predetto che sarebbe stato tormentato nei secoli dei secoli.
Perché in quell’ultimo istante comprese che Dio aveva così ultimato la Creazione del “Primo mondo” e con quello spariva anche l’Angelo che lui era stato, quando fu scaraventato sulla terra”.

Ma ora, caro Angelo, mi e ti domando se con quell’ultima aggiunta ho inteso dire che la Creazione non si è ultimata “il sesto giorno”, bensì con la vittoria definitiva sul Male come ha predetto Giovanni.
E che con la scomparsa del “ primo mondo” sarebbe scomparso pure l’Inferno con tutti i peccatori?
Ma questa scomparsa in definitiva non si configurava quale annullamento delle pene alle quali erano stati condannati?
Ma costoro erano esistiti oppure con la loro scomparsa veniva cancellata anche la loro esistenza?
E allora perché Giovanni dichiara che Dio “asciugherà ogni lacrima dai loro occhi”?


Speranza

 




Nell’omelia della Messa richiesta da un mio amico in memoria della moglie morta l’anno precedente, il celebrante ha spiegato come i credenti possano superare o meglio affievolire il dolore per la perdita subita, approfondendo l’affermazione di Cristo, peraltro fondamentale, “Io ero, sono e sarò”. Prendendo le mosse dai concetti di “Nostalgia, Memoria e Speranza” ne indicava la seguente corretta interpretazione.

Nostalgia come il sentimento struggente di un tempo felice passato;
Memoria come la consapevolezza di essere noi stessi la memoria di tutti coloro che, nel bene e nel male, hanno contribuito a farci divenire ciò che siamo, e per ciò stesso di contenere in noi quelli stessi;
Speranza di poter ritornare in quel felice passato;
il celebrante indicava in Cristo e quindi in quella sua affermazione, il superamento del dolore per i più colpiti dalla perdita della persona cara, ovvero della tristezza per gli altri presenti.
Perché, spiegava sempre il celebrante, Cristo “ Era il Signore di quel periodo felice passato, E’ il Signore di questo presente, Sarà il Signore del felice futuro promesso a coloro che credono in lui”

Più tardi ripensandoci su, pur concordando in toto con quelle conclusioni , non potei fare a meno di rilevare:

1°- che, seppure la “memoria” siamo noi stessi, ciò vale per gli altri che in noi ritrovano aspetti e comportamenti che furono delle persone scomparse, ma non per noi che di quelle sentiamo dolorosamente la mancanza;
2°- che proprio quel dolore che ci attanaglia non ci consente di provare quella “nostalgia”di un tempo felice passato, perché questa, come giustamente osservava il celebrante, è un sentimento struggente che però , a mio parere, non è mai doloroso, e di conseguenza impedisce ogni altro sentimento;
3°- che solo attraverso un atto di Fede nell’eternità di Cristo, che “era” quando eravamo felici, “è” nell’odierno momento doloroso, e “sarà” quando ci riuniremo in Lui ritrovando la passata felicità, saremo in grado di superare quel dolore per la perdita subita, trasformandolo in nostalgia.

Ma allora, se solo attraverso la Fede è possibile superare quel dolore e ciò che si raggiunge è solo la nostalgia, ma questa è quel sentimento struggente per una felicità passata e per ciò stesso perduta, e quindi non ci rimane altro che la speranza per una futura felicità in Cristo, mi viene fatto di domandarmi quale vita ci aspetti se non quella di una mera attesa.
Ed ancora, poiché la perdita subita è connaturata con la vita stessa, e perciò stesso ineluttabile, solo “la nostalgia” caratterizza la vita che il Creatore ci ha donato?
Ma questa abbiamo visto che si riferisce alla felicità perduta, ma se è così come si concilia con la inimmaginabile felicità che Cristo ci ha promesso?
Esistono forse due tipi di felicità dopo la morte ?
Oppure quella che Cristo ci ha promesso annulla nella sua totalità quella  “ nostalgia” che caratterizza la nostra vita?
In altre parole ci annulleremo in quella?
Ma se è così l’omelia del celebrante era errata e la nostalgia di cui parlava era destinata a non essere esaudita.
Ma questa conclusione si pone in assoluto contrasto con l’amore del precetto “chiedete e vi sarà dato”.

La sera con il mio Angelo ho espresso quelle conseguenze che a mio parere potevano derivarne dalle parole del celebrante, per averne il suo parere.
“ Non ho dubbi” ho esordito “Che qualunque felicità ci derivi da Cristo quale atto d’amore nei nostri confronti, perché la felicità è uno stato dell’anima, o forse addirittura una sensazione, e come tale non può e non deve essere confusa con la materialità dei fatti o degli spettacoli che l’hanno resa possibile in noi.
Infatti quegli stessi fatti o spettacoli vissuti da un altro soggetto, ovvero da noi stessi in un altro momento, potrebbero non avere lo stesso effetto.
Uno stato dell’anima, non solo personale, ma altresì diverso da quello precedente e da quello successivo, e quindi, quel che più conta, del tutto eccezionale rispetto a quello normale.
La domanda, a questo punto inevitabile, riguarda la felicità in se stessa.
Abbiamo detto che è uno stato dell’anima, possiamo anche dire che sia una sensazione,  di euforia forse, ma di che tipo?
Di certo quella che ci conduce “fuori di noi”,
Ma sono tante.
Escluse quelle che incidono riduttivamente sulla nostra coscienza, perché la sensazione di felicità per essere veramente tale deve essere cosciente, ché diversamente si tratterebbe di uno stupido annullamento della propria fisicità.
Dunque: Sensazione = Sentimento ?
Credo di si.
Ma quale?
San Francesco diceva che la perfetta felicità si prova quando, ritornando di notte in convento  dopo una giornata di freddo, si accetta di buon grado che il portone resti chiuso a causa del sonno pesante del padre guardiano, rendendo così possibile offrire al Signore quel piccolo sacrificio.
Dunque: Felicità = Accettazione di sacrifici, e quindi dei dolori? E di conseguenza offerta al Signore di quelli ?
Nessuno dei due, tuttavia ambedue essenziali.
Nessuno dei due, perché atti volontaristici e quindi che non conducono ad un “fuori di se”, che mi sembra quale stato essenziale della felicità.
Tuttavia tali atti, per S. Francesco, sono altrettanto essenziali per quella che si configura così come la ricompensa che il Signore ci da per l’offerta da noi a Lui fatta.
Ora non c’è dubbio che il Signore ricompensi sempre i sacrifici che gli vengano offerti in quanto manifestazioni d’amore, ma non credo che tale ricompensa sia esclusiva solo di quelle offerte, perché assolutamente riduttiva dell’amore del Signore per le sue creature.
Bisogna ritornare a quel “fuori di noi”, ossia a quel momento in cui ci liberiamo dai vincoli dello “Spazio/Tempo” in cui la nostra natura fisica ci costringe.
Perché solo in quel momento, ma sarebbe meglio dire in quell’istante, perché tale è la sua durata, noi ritorniamo nel grembo del Creatore.
Infatti al di là dello “Spazio/Tempo” esiste solo il Creatore presso cui , appunto, ritorniamo.
Ma se il nostro è un “ritorno”, ed altro non può essere perché diversamente si negherebbe la Creazione, tale “ritorno” comporta il mantenimento di quella specificità, o unicità che ci fu data al momento della nostra singola creazione, come innegabilmente si desume dalla diversità di ogni singola creatura nello “Spazio/Tempo”.
Ma se in quel ritorno vengono mantenute le singole specificità e queste sono quelle che ci costringevano entro lo spazio/tempo, come può verificarsi quel “fuori di noi” che ipotizzavo come assolutamente necessario per raggiungere la felicità che Cristo ci ha promesso.?”

“ Il problema che mi hai esposto” prese a dire il mio Angelo “ non è di facile soluzione proprio per quella costrizione spazio temporale in cui l’umanità, e tu con essa, si trova.
Tuttavia una risposta ti è dovuta per la tua fede.
Ma non sarà la risposta che ti attendi perché non saresti in grado di comprenderla per via appunto di quella costrizione, quindi ti risponderò con le parole che Dio stesso ha dettato a Giovanni perché le riportasse nell’Apocalisse precisandogli: “ Non sigillare le parole della profezia di questo libro, poiché il tempo è vicino”.
E Giovanni dopo aver visto scendere dal cielo la Santa Gerusalemme udì le parole del Signore che dicevano: “ Ecco il Tabernacolo di Dio fra gli uomini. Egli abiterà con loro, essi saranno il suo popolo e Dio stesso dimorerà con  gli uomini. Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi.”
Ecco dunque la risposta al tuo problema.
La vita eterna che Cristo ci ha promesso non sarà un ritorno nella mente del Creatore così da divenire un tutt’uno che, se da un lato annullerebbe ogni propria singolarità, dall’altro ci farebbe in un certo qual modo partecipi della sua divinità
Dalle parole riportate da Giovanni si desume chiaramente che dopo la resurrezione l’eletto manterrà la propria umanità e con essa il proprio passato tanto che Dio stesso “asciugherà ogni lacrima”, e così tra l’altro ritroverà quel “felice passato” di cui in vita aveva provato nostalgia.
Non vi sono due specie di felicità, quella di un felice passato e quella inimmaginabile del ritorno presso il Creatore, perché la prima altro non è che una ulteriore manifestazione dell’Amore di Dio per tutte le sue creature.
La  “felicità” che ci è stata promessa è dunque quella che Giovanni indica nella vita eterna che ogni singolo eletto vivrà con Dio nella Santa Gerusalemme, mantenendo  ogni singolarità così che queste nel loro insieme saranno “ il suo popolo”.
Come vedi non ha senso domandarsi come o quale sia “in pratica” questa felicità perché la santa Gerusalemme non soffre alcuna costrizione e quindi tale termine non ha alcun senso.
A quella domanda, così umana peraltro, potrà rispondere solo la tua fede e non la tua ragione, come in effetti tu vorresti.
“E più non dimandare.”


sabato 19 marzo 2022

La perfezione di Dio

 


Una mia amica mi aveva fatto leggere un mini racconto che girava sulla rete, e che poneva la domanda quale fosse perfezione di Dio.

Il raccontino in questione narrava di un ragazzino minorato fisicamente che, assistendo ad una partita di baseball tra ragazzi, domandava al padre se quei ragazzi lo avrebbero fatto giocare nonostante che il suo handicap motorio lo rendesse palesemente inadatto.
Alla richiesta del padre uno dei giocatori rispose che essendo la sua squadra destinata inequivocabilmente a perdere l’incontro, ben volentieri avrebbe fatto entrare il  ragazzino.
Il lancio della palla che  il “lanciatore” della squadra avversaria effettuò fu di estrema facilità  ed il ragazzino, peraltro aiutato da un suo compagno, riuscì a colpirla seppure con scarsissima forza, tanto che questa volò lentamente verso la prima “base”.
Mentre il ragazzino arrancava faticosamente verso quella base  ove la palla stava viaggiando con molto anticipo su di lui, e quindi la presa del giocatore avversario lo avrebbe eliminato, questi incredibilmente se la fece scappare dalle mani, consentendo così al ragazzino di conquistare quella prima base.
A quel punto i compagni di squadre urlarono al ragazzino di proseguire la sua corsa verso la seconda base che peraltro, data la sua lentezza motoria, non avrebbe sicuramente raggiunto prima dell’arrivo della palla che il giocatore di prima base avrebbe dovuto lanciare con tutta la forza possibile a quello della seconda.
Sennonché, senza una ragione tattica apparente, la prima base lanciò la palla con estrema lentezza tale da consentire al ragazzino di raggiungere la seconda base prima della palla.
Da questa, obbedendo agli incitamenti che ormai tutti i giocatori delle due squadre gli urlavano, il ragazzino proseguì la corsa verso la terza base ove, come era già avvenuto per la precedente, giunse prima della lenta palla che anche la seconda base aveva lanciato.
Ormai sia da parte dei giocatori tutti che dagli spettatori era un urlato incitamento per il ragazzino a proseguire la sua faticosa corsa. Questa terminò con il raggiungimento dell’ultima base e la conseguente vittoria della sua squadra.
Raggiungimento che veniva acclamato con grida gioiose  di tutti i presenti sia giocatori che tifosi delle due squadre in campo, e con  assoluta felicità del ragazzino, che piangendo si unì a quelle urla.
Questa, concludeva il racconto, era la “Perfezione” che Dio cerca in noi.

La sera però ripensando a quel raccontino, pur essendo totalmente d’accordo con la risposta conclusiva circa la perfezione cui dobbiamo tendere, mi sembrava, in ultima analisi, che non avesse risposto alla domanda iniziale che concerneva la “Perfezione di Dio” e non quella cui noi dobbiamo tendere.
Alzatomi dal letto trovai il mio Angelo che già mi aspettava in salotto.

“Vedi Gian Carlo” esordì lui prima ancora che io gli esponessi il mio dubbio “ la tua sensazione circa la mancata risposta alla domanda iniziale non è giusta.
Il racconto voleva  indicare  solo come la perfezione sia facilmente raggiungibile, contrariamente a quanto si pensa, e quale sia quella che il Signore vuole che noi cerchiamo.
Ovverosia l’amore incondizionato per il nostro prossimo.
E questo amore non richiede grandi sacrifici, ma solo totale dedizione, e questa a sua volta può manifestarsi anche per il limitato tempo di un fine partita di baseball, ma in quel limitato tempo si può raggiungere la perfezione.
E così raggiungere quella perfetta felicità, che tutti i presenti hanno provato nell’istante in cui il ragazzo ha raggiunto l’ultima base.
Perché è di tutta evidenza che la discesa in campo di quel ragazzino aveva suscitato un’ondata di sincero affetto nei suoi confronti, cancellando quella pena che indubbiamente aveva suscitato il suo faticoso arrancare verso la sua postazione di gioco.
Ed è stata proprio la purezza di quel comune sentimento d’amore che ha consentito loro di provare un istante di assoluta felicità nel momento in cui il ragazzino conquistava l’ultima base.
Perché la felicità è un dono che il Signore fa a tutte le creature che seguono il suo comandamento d’amore per il prossimo.
Ma la purezza di quel sentimento comune nasceva anche dalla inconfessata certezza che il Signore avrebbe esaudito ciò che tutti speravano: la vittoria del ragazzino sul suo grave handicap.
Un atto di fede dunque nella bontà divina  che aveva fatto in modo da consentire a quel ragazzo ciò che mai più avrebbe pensato di poter ottenere: giocare e vincere per merito solo suo una partita di baseball. Fede ed amore quindi che meritavano la felicità da tutti provata.

Ma  veniamo alla domanda iniziale.
A te è sembrato che il racconto non abbia risposto alla domanda circa la perfezione di Dio. Ma non è così, il racconto ci dice che indistintamente tutti coloro che erano presenti presero parte alla corsa del ragazzo, e quel che più conta lo fecero anche i tifosi della squadra avversaria con gli stessi giocatori, ben sapendo che in tal modo avrebbero perso la gara, tuttavia i primi lo incitarono ed i secondi lo aiutarono lanciando palle lente per dargli il tempo di giungere alle successive basi.
Il perché di simile comune comportamento, lo abbiamo visto, si spiega con l’improvviso amore che tutti provarono per il ragazzo ed ancor più col desiderio di dargli una felicità che, dato il suo stato fisico, non era assolutamente raggiungibile, e per ciò stesso inimmaginabile.
E quando lui raggiunse l’ultima base e con essa la perfetta felicità, tutti ne furono partecipi.
Ebbene in quell’istante,  così come il ragazzo si era liberato da tutti i tremendi vincoli a cui il suo corpo handicappato lo legava, altrettanto avveniva per tutti i presenti.
In altre parole tutti si erano liberati della materialità del proprio corpo per raggiungere la totale spiritualità della felicità che stavano provando.
Si erano dunque trasformati in puro spirito, quindi fuori dai vincoli di spazio e  tempo in cui la mente umana è in grado di pensare.  
Per un istante dunque la felicità che provarono  aveva liberato il loro spirito che naturalmente era ritornato a far parte del Tutto da cui era uscito con la Creazione.
Ti domando allora Gian Carlo, qual è la risposta alla domanda iniziale che si desume da quel racconto?”

Per un momento rimasi interdetto perché la risposta che mi veniva alla mente era inconcepibile: qual era la perfezione di Dio?, ed a me pareva di saperlo.
“La felicità” risposi titubante “ Perché quel racconto ci dice che l’essenza di Dio è uguale a quella perfetta felicità che tutti i presenti a quella partita provarono seppure per un istante”
Poi aggiunsi: “ Credo infatti che  lo sconosciuto autore di quel racconto abbia avuto una ispirazione divina, perché, come nelle parabole, il senso profondo è celato sotto l’apparenza del semplice racconto.
Infatti l’iniziale sensazione era quella che alla domanda principale non fosse data risposta, e solo attraverso la “Logica” del tuo discorso  l’ho potuta intendere.
Ma quella “Logica” mi riporta al Vangelo di Giovanni  che nell’originaria stesura greca inizia  con la frase : “In principio era il LOGOS ed il LOGOS era presso Dio e Dio era il LOGOS”.
Se è così il VERBO ha nuovamente parlato attraverso la moderna parabola che quello sconosciuto autore ci ha raccontato  e che tu mi hai svelato.

lunedì 13 dicembre 2021

Per chi suona la campana

 



Era un po’ di tempo che avevo in mente quel versetto di John Donne, ripreso da Hemingway in “Per chi suona la campana”, che recita. 

“ Nessun uomo è un’isola.. Io sono partecipe dell’umanità ed ogni morte di uomo mi diminuisce, perciò non mandare mai a chieder per chi suona la campana, essa suona per te”, e, seppure ne condividessi totalmente lo spirito, mi sembrava che in qualche modo fosse in contrasto con la parola di Gesù.
E questa sensazione mi turbava.
Eppure John Donne, poeta a cavallo tra il 5/600, era stato il decano della cattedrale di S. Paul ed aveva scritto poesie e sermoni che certo non erano in contrasto con il Vangelo.
Incuriosito da quella strana sensazione mi venne voglia di leggere per intero quei versi da cui Hemingway aveva tratto quel versetto. Essi così recitano.

“Nessun uomo è un’isola intero in se stesso,  ogni uomo è un pezzo del continente, una parte della terra. Se una zolla viene portata dall’onda nel mare, l’Europa ne è diminuita, come se un promontorio fosse stato al suo posto, o una magione amica o la tua stessa casa. Io sono partecipe dell’umanità, ed ogni morte di uomo mi diminuisce, perciò non mandate mai a chiedere per chi suona la campana, essa suona per te”

Mi ricordai allora di aver letto un libro di Thomas Merton,  il cui titolo era appunto “Nessun uomo è un’isola” del quale in internet trovai questa frase che ne spiegava il titolo.
“Quello che faccio viene dunque fatto per gli altri, con loro e per loro: quello che essi fanno viene fatto in me, da me e per me. Ma ad ognuno resta la responsabilità della parte che egli ha nella vita dell’intero corpo”
Seppure anche Merton, morto nel 1968, fosse stato in vita un religioso, era un frate trappista, il ché mi avrebbe dovuto assicurare circa la ortodossia del suo pensiero religioso, quella sensazione di incertezza si focalizzò sul significato profondo che sentivo che si celava tanto in Donne che in Merton; senza però riuscire a chiarirla a me stesso
Così decisi di parlarne con il mio Angelo.

La serietà con cui ascoltò le mie parole e la pausa che ne seguì prima che incominciasse a parlare, mi diedero subito la misura dell’importanza del mio dubbio.
Poi, senza neppure l’ombra del sorriso con cui accompagnava sempre le sue risposte, prese a dirmi.

“Il tuo dubbio è fondato, ma non riguarda lo spirito che guidò quei due religiosi quando scrissero quelle parole, perché tutta la loro vita, come tu stesso hai rilevato, fu vissuta nello spirito del Vangelo.
E neppure il senso profondo di quelle parole, che tanto ti turbano, legittima quel turbamento.
Quello che ti turba è come l’assenza di Dio che sembra trasparirne, non ti impedisca di condividerle.
Questa condivisione ti crea quel turbamento che mi hai rappresentato.”
Seguì un silenzio pensieroso, quindi proseguì.

“Ma quel turbamento è legittimo perché effettivamente in quelle parole, seppure bellissime e condivisibili da ogni buon cristiano, manca la luce della salvezza che Gesù ha predicato.
Ci invitano infatti a sentirci un tutt’uno con il resto dell’umanità, e questo sentimento è possibile solo se supportato da un grande amore per il prossimo, che altro non è che il comandamento primo dettato da Gesù.
E questo spiega la condivisibilità immediata che se ne ha.
Ma poi subentra, inconsciamente nel tuo caso, quel turbamento che non sei riuscito a spiegarti, dovuto, come ti ho detto, all’assenza di Dio nel mondo che quelle parole descrivono.
Un mondo d’amore, certo, ma limitato alla sola umanità, senza alcuna uscita al di fuori di questa.
Un amore, in definitiva, dell’uomo e per l’uomo e quindi destinato a morire con l’uomo stesso.
Nessuna salvezza quindi per quell’amore oltre la morte.
Gesù sembra non essere mai esistito.
Ma non è tanto questa considerazione che ti ha turbato, perché la tua fede l’ha istantaneamente rifiutata, quanto quella che altrettanto istintivamente hai intuito essere la costante di quelle persone che pur con dispiacere, dichiarato o comunque sentito, affermano di non riuscire a credere in Cristo.
Persone la cui vita in ultima analisi è simile alla tua, che cerchi di seguire la parola del Signore.
Ed allora ti domandi come possa essere condannabile tale vita, se è stata pervasa da quell’amore che le parole di Donne e Merton hanno descritto?
E’ una domanda terribile alla quale solo la giustizia del Signore darà risposta.
E tu questo lo sai perfettamente, ma ciò non ostante il turbamento permane.
Io credo che ciò avvenga, ed è giusto che sia così, non solo e non tanto per l’amore che ti lega a quelle persone, quanto, e ciò non è giusto, per il dubbio che Satana ha insinuato in te, proprio attraverso quell’amore, circa la giustizia del Signore.
Solo la piena consapevolezza dell’assoluta perfezione di quella giustizia potrà restituirti quella serenità che ti sembra di aver perduto.
Hai subito una delle tante tentazioni del maligno, la cui potenza è superiore alle tue possibilità di resistenza senza l’aiuto del Signore.
Quindi, parafrasando proprio il versetto di Donne, non domandarti per chi suona la campana, perché se da una lato è vero che suona per te in quanto partecipe dell’umanità, ciò avviene non solo perché tu non sei un’isola, ma perché la giustizia del Signore ha stabilito che suonasse.
Il perché neanche Donne lo ha affrontato, consapevole che la risposta è insita in un atto di fede che il Signore ha chiesto a ciascuno di noi.
Quei versi infatti si rivolgono a coloro che, non credendo, mandano a chiedere per chi suona la campana, e costituiscono meravigliosamente il primo passo che quelli devono fare per giungere a quel Gesù cui non credono.
Donne infatti dichiarando che la campana suona per te in quanto partecipe dell’umanità, ti carica anche del conseguente dolore, ma poiché questo trova unica ragione nell’esistenza un precedente amore, e poiché colui che manda a chiedere per chi suona la campana dimostra inequivocabilmente un interesse per quella morte, questo interesse, ove non sia frutto di mera curiosità, non potrà che avere natura sentimentale ,ovverosia d’amore.
Ed è proprio a questa persona che si rivolge Donne, non ad un credente dunque la cui fede non necessita di tale domanda, per spiegargli come quell’amore, che lo ha spinto a formulare quella domanda, debba estendersi a tutta l’umanità proprio perché lui ne è partecipe.
E che ne sia partecipe lo dimostra proprio quell’interesse a conoscere per chi suona la campana.
Amore quindi che deve poter esistere anche oltre la morte del singolo, perché diversamente il dolore che dal suono di quella campane ne è derivato, sarebbe  unicamente un fatto personale senza possibilità di superamento e  quindi, quel che è più grave, senza un valida ragione per accettarlo, perciò inutile e come tale da evitare.
Ma è proprio questa decisione, non amare per non soffrire, che Donne contesta ricordando, appunto, che nessun uomo è un’isola.
Non potendo ovviamente ricordare l’amore di Cristo in cui il suo interlocutore non riesce a credere.
Ed allora tu, che al contrario di quello, sai perfettamente che la campana suona per un tuo fratello e quindi per te, non ti turbare se in quei versi Cristo pare assente, ma anzi apprezzane lo spirito di evangelizzazione.
E proprio quei versi siano la risposta da dare a coloro che dichiarano di non riuscire a credere nella parola di Gesù.”

Quella notte mi addormentai sereno.

 
    
 
 
 
 
 
 
 

sabato 24 luglio 2021

Ora et Labora

 



Alcuni giorni dopo mi venne fatto di domandarmi se con il riferimento all’insegnamento benedettino, “Ora ed labora”, con cui l’Angelo aveva concluso il precedente dialogo, avesse voluto solo confermarmi come il mio periodo passato a Farfa fosse stato fruttifero, ovvero se intendesse farmi approfondire il mio ragionamento proprio sulla validità di quell’insegnamento anche ai giorni nostri.

Ed ovviamente la sera trovai l’Angelo che sempre sorridente mi aspettava proprio per pormi quella domanda.

“E’ difficile risponderti perché, se da un lato ritengo che solo la preghiera può trovare ascolto nel Signore, specie se pronunciata nel nome del Figlio, dall’altro lato sono egualmente convinto che proprio l’invio del Figlio nel mondo dimostri inequivocabilmente la Sua volontà salvifica, che quindi potrebbe prescindere dalla preghiera stessa.”

“ E allora come risolvi l’evidente contrasto in cui sei caduto?” mi rispose l’Angelo.

“Il dubbio  mi è sorto leggendo quel passo del Vangelo di Luca (12/22)in cui Gesù dopo aver invitato i discepoli a non preoccuparsi “del cibo di cui avete bisogno per vivere né del vestito di cui avete bisogno per coprirvi” rammenta loro, prima gli uccelli “che non seminano e non mietono non hanno rispostigli ne granaio eppure Dio li nutre. Ebbene voi valete più degli uccelli!” e poi i gigli del campo che “ non lavorano ne si fanno vestiti. Eppure io vi dico che neppure Salomone con tutta la sua ricchezza, ha mai avuto un vestito così bello!”  quindi conclude “ Se dunque Dio veste così bene i fiori del campo, che oggi ci sono, e il giorno dopo vengono bruciati, a maggior ragione darà un vestito a voi, gente di poca fede! Perciò non state sempre in ansia nel cercare che cosa mangerete o che cosa berrete, di tutte queste cose si preoccupano gli altri, quelli che non conoscono Dio. Ma voi avete un padre che sa ciò di cui avete bisogno. Cercate piuttosto il regno di Dio e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta”

Mi domandò allora l’Angelo: “Quale dubbio può esserti mai sorto da quelle parole che al contrario sono di una chiarezza assoluta in ordine alla vicinanza del Signore in ogni momento ed in ogni esigenza  della vita ?”.

“Il dubbio non riguarda la continua vicinanza del Signore, bensì l’inutilità della preghiera data appunto tale vicinanza.
Mi spiego meglio, se non dobbiamo preoccuparci  del cibo che mangeremo o delle vesti per coprirci, perché  Dio ben conosce ciò di cui abbiamo bisogno, mi sembra, e qui sta il mio dubbio, che la preghiera sia inutile dato che ciò di cui abbiamo bisogno ci verrà comunque dato dal Signore, come avviene per gli uccelli e i gigli del campo.
Ma se questo ragionamento è corretto, allora perché Gesù ha insegnato agli apostoli la preghiera al Padre Nostro nella quale si chiede il pane quotidiano?”

L’Angelo, questa volta non sorridendo, così mi rispose
“La contraddizione che hai rilevato è solo apparente e non di sostanza, perché se da una lato è vero che non dobbiamo preoccuparci di ciò che mangeremo e vestiremo perché Dio sa ciò di cui abbiamo bisogno, dall’altro lato è anche vero che Gesù conclude il suo insegnamento agli apostoli dicendo “ Cercate piuttosto il regno di Dio e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta”.
Queste sono le parole che risolvono il tuo dubbio.
Gesù infatti ha voluto dirci tre cose: la prima è che la ricerca del regno di Dio deve essere la principale, se non unica, preoccupazione che l’uomo deve avere, la seconda è che tutte le altre preoccupazioni sono da considerarsi superflue rispetto alla prima, la terza è che quantunque superflue saranno comunque soddisfatte a colui che ricerca il regno di Dio.
E veniamo alla preghiera.
 E’ vero che Gesù ci ha invitato a chiedere al Signore il nostro pane quotidiano, ma ci ha anche detto di chiedere di rimetterci i nostri debiti così come noi li rimettiamo ai nostri debitori. L’invito a quella preghiera quindi è diretto a tutti coloro che ancora non abbiano rimesso i debiti ai loro debitori.
Ricorda infatti quell’altro passaggio del vangelo in cui Gesù invita chi voglia recarsi al Tempio per pregare, di fare prima pace col proprio fratello che, evidentemente, riteneva essergli debitore.
Dunque quella preghiera è stata dettata per tutti i fedeli che ancora non siano riusciti a capire che solo la ricerca del regno di Dio deve essere lo scopo della vita.
Ovverosia purtroppo, e di questo era perfettamente conscio Gesù, per la quasi totalità dei fedeli.
 Con ciò ribadendo il Suo potere salvifico quale conseguenza della Sua discesa sulla terra.
Queste considerazioni per fugare ogni dubbio circa la necessità della preghiera per tutti i fedeli; tutti, ripeto, compresi anche quelli che ricercano il regno di Dio, perché l’umiltà e la coscienza della propria pochezza di fronte al Signore, impedisce loro di ritenersene esentati, ché diversamente tale convincimento si risolverebbe in una orgogliosa e come tale inammissibile presunzione.”

“Ora et Labora” risposi io “ Avevano ragione i monaci di Farfa dunque. Perché da quanto mi hai detto credo che quel principio si possa tradurre in “Prega e Vivi la tua  vita come la preghiera ti indicherà.
 E poiché tanti sono i chiamati ma pochi gli eletti, credo che il monaco di Farfa che mi insegnò quella formula sia fra quest’ultimi.
Agli altri, come me, solo la preghiera ci potrò indicare quale debba essere la vita che ci trasformerà in eletti.
Ed ovviamente quella vita non potrà avere altro scopo che la ricerca del regno di Dio.
Perché tutto il resto, ossia il pane quotidiano, ci verrà dato in aggiunta”