venerdì 24 novembre 2023

Il Peccato più grande



Alcuni giorni dopo l’ultimo colloquio con il mio Angelo lo ritrovai che mi aspettava, sapendo evidentemente che la mia introspezione era terminata.

“Dunque Gian Carlo, i tuoi dubbi riguardavano le conseguenze che la sparizione del primo mondo, che Giovanni nell’Apocalisse aveva predetto, riferendo le parole stesse del Signore sulla discesa della Santa Gerusalemme, avrebbe avuto sul peccatore e sulla pena alla quale era stato condannato.

Ed io ti avevo risposto che le risposte dovevi cercarle tu stesso nella Fede che Dio ti aveva dato.

Ed allora sono io che ti domando come hai risolto i tuoi dubbi ?”

Caro Angelo in primo luogo mi sono domandato quale fosse il peccato meritevole di pena perché ritengo che il giudizio divino abbia preso in esame non il peccatore in se ma il peccato commesso.

Mi sono ricordato allora che Papa Ratzinger era giunto alla conclusione che il peccato è uno solo ossia aver ritenuto di poter escludere Dio dalla propria vita, perché in fin dei conti tutte le violazioni  sia del decalogo che del primo comandamento di Gesù circa l’amore per il prossimo, presuppongano consciamente o inconsciamente tale esclusione, che a ben vedere è lo stesso peccato che commise Lucifero.

Se questo è il peccato il peccatore è assolutamente simile a quello e come lui è destinato a sparire e con esso sparirebbe anche la pena.

Ed è giusto che sia così , perché la cognizione della pena inflitta il peccatore l’avrebbe avuta nel “momento” stesso del Giudizio Divino, rendendosi conto dell’esistenza di quel  Dio del quale aveva escluso l’esistenza ,  e che a lui veniva negato per l’eternità.

Perché quel Giudizio avviene fuori dello spazio e del tempo ed in quanto tale nell’eternità di Dio.

Un “momento” dunque eterno anche per lo stesso peccatore.

Sennonché quando credevo di aver risposto ai miei dubbi me ne sorse un altro che riguardava la sparizione col primo mondo anche di quelle bellissime opere che alcuni artisti pur se peccatori meritevoli di sparizione avevano compiuto in vita.

La risposta l’ho trovata proprio nella bellezza o meglio nella provenienza della stessa.

Perché se è pur vero che le opere in se stesse sono frutto dell’attività materiale dell’artista , la bellezza in esse infusa trova la sua fonte nell’anima del suo autore e questa è quella che Dio stesso gli ha dato.

Ed a quell’anima non può quindi addebitarsi quell’esclusione di Dio meritevole di pena.

Ma c’è di più . Quella bellezza è stata voluta da Dio perché potesse essere conosciuta degli uomini e attraverso lei intuirne la provenienza divina.

L’artista dunque altro non è che lo strumento usato e quindi voluto dal Signore, ed allora non è concepibile che possa sparire con il primo mondo un tale essere che in vita è stato così vicino alla perfezione di Dio.

Ma allora la bellezza  lo salverà ?

Caro Angelo, a questa domanda non ho risposta ma solo una speranza.

Ed è che tutti i peccatori,  e non solo gli artisti , che negarono l’esistenza di Dio abbiano nel “momento” del giudizio l’umiltà di chiedere il Suo perdono.

Perché credo che la misericordia di Dio non lo negherà.


domenica 27 novembre 2022

Domande

 





Rileggendo il racconto “ L’Angelo Caduto” giunto al capitolo “ La fine”, nel quale Lucifero, dopo aver riaffermato il proprio rifiuto all’Amore di Dio e prima di sparire per sempre sotto la spada dell’Arcangelo Michele, ode la voce di Giovanni che in chiusura de “L’Apocalisse” pronuncia l’ultima visione.

Allora vidi la città santa, la nuova Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da presso Dio, pronta come una sposa, abbigliata per il suo sposo.
Ed udii venire dal trono una gran voce che diceva.
< ecco il Tabernacolo di Dio tra gli uomini! Egli abiterà presso di loro; essi saranno il suo popolo e Dio stesso dimorerà con gli uomini. Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e non vi sarà più morte, né lutto, né grido, né pena esisterà più, perché il primo mondo è sparito.>”

Chiudevo quindi il racconto con questa frase:
“ E quando la voce tacque si accorse che anche lui stava sparendo per sempre.”

Rileggendo, come ho detto, il racconto ho sentito di proseguire così quell’ultima frase:
“ma quel che più conta, comprese, nell’ultimo istante, che l’Amore di Dio gli aveva risparmiato quello “Stagno di fuoco e zolfo” dove Giovanni aveva predetto che sarebbe stato tormentato nei secoli dei secoli.
Perché in quell’ultimo istante comprese che Dio aveva così ultimato la Creazione del “Primo mondo” e con quello spariva anche l’Angelo che lui era stato, quando fu scaraventato sulla terra”.

Ma ora, caro Angelo, mi e ti domando se con quell’ultima aggiunta ho inteso dire che la Creazione non si è ultimata “il sesto giorno”, bensì con la vittoria definitiva sul Male come ha predetto Giovanni.
E che con la scomparsa del “ primo mondo” sarebbe scomparso pure l’Inferno con tutti i peccatori?
Ma questa scomparsa in definitiva non si configurava quale annullamento delle pene alle quali erano stati condannati?
Ma costoro erano esistiti oppure con la loro scomparsa veniva cancellata anche la loro esistenza?
E allora perché Giovanni dichiara che Dio “asciugherà ogni lacrima dai loro occhi”?


Speranza

 




Nell’omelia della Messa richiesta da un mio amico in memoria della moglie morta l’anno precedente, il celebrante ha spiegato come i credenti possano superare o meglio affievolire il dolore per la perdita subita, approfondendo l’affermazione di Cristo, peraltro fondamentale, “Io ero, sono e sarò”. Prendendo le mosse dai concetti di “Nostalgia, Memoria e Speranza” ne indicava la seguente corretta interpretazione.

Nostalgia come il sentimento struggente di un tempo felice passato;
Memoria come la consapevolezza di essere noi stessi la memoria di tutti coloro che, nel bene e nel male, hanno contribuito a farci divenire ciò che siamo, e per ciò stesso di contenere in noi quelli stessi;
Speranza di poter ritornare in quel felice passato;
il celebrante indicava in Cristo e quindi in quella sua affermazione, il superamento del dolore per i più colpiti dalla perdita della persona cara, ovvero della tristezza per gli altri presenti.
Perché, spiegava sempre il celebrante, Cristo “ Era il Signore di quel periodo felice passato, E’ il Signore di questo presente, Sarà il Signore del felice futuro promesso a coloro che credono in lui”

Più tardi ripensandoci su, pur concordando in toto con quelle conclusioni , non potei fare a meno di rilevare:

1°- che, seppure la “memoria” siamo noi stessi, ciò vale per gli altri che in noi ritrovano aspetti e comportamenti che furono delle persone scomparse, ma non per noi che di quelle sentiamo dolorosamente la mancanza;
2°- che proprio quel dolore che ci attanaglia non ci consente di provare quella “nostalgia”di un tempo felice passato, perché questa, come giustamente osservava il celebrante, è un sentimento struggente che però , a mio parere, non è mai doloroso, e di conseguenza impedisce ogni altro sentimento;
3°- che solo attraverso un atto di Fede nell’eternità di Cristo, che “era” quando eravamo felici, “è” nell’odierno momento doloroso, e “sarà” quando ci riuniremo in Lui ritrovando la passata felicità, saremo in grado di superare quel dolore per la perdita subita, trasformandolo in nostalgia.

Ma allora, se solo attraverso la Fede è possibile superare quel dolore e ciò che si raggiunge è solo la nostalgia, ma questa è quel sentimento struggente per una felicità passata e per ciò stesso perduta, e quindi non ci rimane altro che la speranza per una futura felicità in Cristo, mi viene fatto di domandarmi quale vita ci aspetti se non quella di una mera attesa.
Ed ancora, poiché la perdita subita è connaturata con la vita stessa, e perciò stesso ineluttabile, solo “la nostalgia” caratterizza la vita che il Creatore ci ha donato?
Ma questa abbiamo visto che si riferisce alla felicità perduta, ma se è così come si concilia con la inimmaginabile felicità che Cristo ci ha promesso?
Esistono forse due tipi di felicità dopo la morte ?
Oppure quella che Cristo ci ha promesso annulla nella sua totalità quella  “ nostalgia” che caratterizza la nostra vita?
In altre parole ci annulleremo in quella?
Ma se è così l’omelia del celebrante era errata e la nostalgia di cui parlava era destinata a non essere esaudita.
Ma questa conclusione si pone in assoluto contrasto con l’amore del precetto “chiedete e vi sarà dato”.

La sera con il mio Angelo ho espresso quelle conseguenze che a mio parere potevano derivarne dalle parole del celebrante, per averne il suo parere.
Non ho dubbi” ho esordito “Che qualunque felicità ci derivi da Cristo quale atto d’amore nei nostri confronti, perché la felicità è uno stato dell’anima, o forse addirittura una sensazione, e come tale non può e non deve essere confusa con la materialità dei fatti o degli spettacoli che l’hanno resa possibile in noi.
Infatti quegli stessi fatti o spettacoli vissuti da un altro soggetto, ovvero da noi stessi in un altro momento, potrebbero non avere lo stesso effetto.
Uno stato dell’anima, non solo personale, ma altresì diverso da quello precedente e da quello successivo, e quindi, quel che più conta, del tutto eccezionale rispetto a quello normale.
La domanda, a questo punto inevitabile, riguarda la felicità in se stessa.
Abbiamo detto che è uno stato dell’anima, possiamo anche dire che sia una sensazione,  di euforia forse, ma di che tipo?
Di certo quella che ci conduce “fuori di noi”,
Ma sono tante.
Escluse quelle che incidono riduttivamente sulla nostra coscienza, perché la sensazione di felicità per essere veramente tale deve essere cosciente, ché diversamente si tratterebbe di uno stupido annullamento della propria fisicità.
Dunque: Sensazione = Sentimento ?
Credo di si.
Ma quale?
San Francesco diceva che la perfetta felicità si prova quando, ritornando di notte in convento  dopo una giornata di freddo, si accetta di buon grado che il portone resti chiuso a causa del sonno pesante del padre guardiano, rendendo così possibile offrire al Signore quel piccolo sacrificio.
Dunque: Felicità = Accettazione di sacrifici, e quindi dei dolori? E di conseguenza offerta al Signore di quelli ?
Nessuno dei due, tuttavia ambedue essenziali.
Nessuno dei due, perché atti volontaristici e quindi che non conducono ad un “fuori di se”, che mi sembra quale stato essenziale della felicità.
Tuttavia tali atti, per S. Francesco, sono altrettanto essenziali per quella che si configura così come la ricompensa che il Signore ci da per l’offerta da noi a Lui fatta.
Ora non c’è dubbio che il Signore ricompensi sempre i sacrifici che gli vengano offerti in quanto manifestazioni d’amore, ma non credo che tale ricompensa sia esclusiva solo di quelle offerte, perché assolutamente riduttiva dell’amore del Signore per le sue creature.
Bisogna ritornare a quel “fuori di noi”, ossia a quel momento in cui ci liberiamo dai vincoli dello “Spazio/Tempo” in cui la nostra natura fisica ci costringe.
Perché solo in quel momento, ma sarebbe meglio dire in quell’istante, perché tale è la sua durata, noi ritorniamo nel grembo del Creatore.
Infatti al di là dello “Spazio/Tempo” esiste solo il Creatore presso cui , appunto, ritorniamo.
Ma se il nostro è un “ritorno”, ed altro non può essere perché diversamente si negherebbe la Creazione, tale “ritorno” comporta il mantenimento di quella specificità, o unicità che ci fu data al momento della nostra singola creazione, come innegabilmente si desume dalla diversità di ogni singola creatura nello “Spazio/Tempo”.
Ma se in quel ritorno vengono mantenute le singole specificità e queste sono quelle che ci costringevano entro lo spazio/tempo, come può verificarsi quel “fuori di noi” che ipotizzavo come assolutamente necessario per raggiungere la felicità che Cristo ci ha promesso.?”

“ Il problema che mi hai esposto” prese a dire il mio Angelo “ non è di facile soluzione proprio per quella costrizione spazio temporale in cui l’umanità, e tu con essa, si trova.
Tuttavia una risposta ti è dovuta per la tua fede.
Ma non sarà la risposta che ti attendi perché non saresti in grado di comprenderla per via appunto di quella costrizione, quindi ti risponderò con le parole che Dio stesso ha dettato a Giovanni perché le riportasse nell’Apocalisse precisandogli: “ Non sigillare le parole della profezia di questo libro, poiché il tempo è vicino”.
E Giovanni dopo aver visto scendere dal cielo la Santa Gerusalemme udì le parole del Signore che dicevano: “ Ecco il Tabernacolo di Dio fra gli uomini. Egli abiterà con loro, essi saranno il suo popolo e Dio stesso dimorerà con  gli uomini. Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi.”
Ecco dunque la risposta al tuo problema.
La vita eterna che Cristo ci ha promesso non sarà un ritorno nella mente del Creatore così da divenire un tutt’uno che, se da un lato annullerebbe ogni propria singolarità, dall’altro ci farebbe in un certo qual modo partecipi della sua divinità
Dalle parole riportate da Giovanni si desume chiaramente che dopo la resurrezione l’eletto manterrà la propria umanità e con essa il proprio passato tanto che Dio stesso “asciugherà ogni lacrima”, e così tra l’altro ritroverà quel “felice passato” di cui in vita aveva provato nostalgia.
Non vi sono due specie di felicità, quella di un felice passato e quella inimmaginabile del ritorno presso il Creatore, perché la prima altro non è che una ulteriore manifestazione dell’Amore di Dio per tutte le sue creature.
La  felicità” che ci è stata promessa è dunque quella che Giovanni indica nella vita eterna che ogni singolo eletto vivrà con Dio nella Santa Gerusalemme, mantenendo  ogni singolarità così che queste nel loro insieme saranno “ il suo popolo”.
Come vedi non ha senso domandarsi come o quale sia “in pratica” questa felicità perché la santa Gerusalemme non soffre alcuna costrizione e quindi tale termine non ha alcun senso.
A quella domanda, così umana peraltro, potrà rispondere solo la tua fede e non la tua ragione, come in effetti tu vorresti.
“E più non dimandare.”


sabato 19 marzo 2022

La perfezione di Dio

 


Una mia amica mi aveva fatto leggere un mini racconto che girava sulla rete, e che poneva la domanda quale fosse perfezione di Dio.

Il raccontino in questione narrava di un ragazzino minorato fisicamente che, assistendo ad una partita di baseball tra ragazzi, domandava al padre se quei ragazzi lo avrebbero fatto giocare nonostante che il suo handicap motorio lo rendesse palesemente inadatto.
Alla richiesta del padre uno dei giocatori rispose che essendo la sua squadra destinata inequivocabilmente a perdere l’incontro, ben volentieri avrebbe fatto entrare il  ragazzino.
Il lancio della palla che  il “lanciatore” della squadra avversaria effettuò fu di estrema facilità  ed il ragazzino, peraltro aiutato da un suo compagno, riuscì a colpirla seppure con scarsissima forza, tanto che questa volò lentamente verso la prima “base”.
Mentre il ragazzino arrancava faticosamente verso quella base  ove la palla stava viaggiando con molto anticipo su di lui, e quindi la presa del giocatore avversario lo avrebbe eliminato, questi incredibilmente se la fece scappare dalle mani, consentendo così al ragazzino di conquistare quella prima base.
A quel punto i compagni di squadre urlarono al ragazzino di proseguire la sua corsa verso la seconda base che peraltro, data la sua lentezza motoria, non avrebbe sicuramente raggiunto prima dell’arrivo della palla che il giocatore di prima base avrebbe dovuto lanciare con tutta la forza possibile a quello della seconda.
Sennonché, senza una ragione tattica apparente, la prima base lanciò la palla con estrema lentezza tale da consentire al ragazzino di raggiungere la seconda base prima della palla.
Da questa, obbedendo agli incitamenti che ormai tutti i giocatori delle due squadre gli urlavano, il ragazzino proseguì la corsa verso la terza base ove, come era già avvenuto per la precedente, giunse prima della lenta palla che anche la seconda base aveva lanciato.
Ormai sia da parte dei giocatori tutti che dagli spettatori era un urlato incitamento per il ragazzino a proseguire la sua faticosa corsa. Questa terminò con il raggiungimento dell’ultima base e la conseguente vittoria della sua squadra.
Raggiungimento che veniva acclamato con grida gioiose  di tutti i presenti sia giocatori che tifosi delle due squadre in campo, e con  assoluta felicità del ragazzino, che piangendo si unì a quelle urla.
Questa, concludeva il racconto, era la “Perfezione” che Dio cerca in noi.

La sera però ripensando a quel raccontino, pur essendo totalmente d’accordo con la risposta conclusiva circa la perfezione cui dobbiamo tendere, mi sembrava, in ultima analisi, che non avesse risposto alla domanda iniziale che concerneva la “Perfezione di Dio” e non quella cui noi dobbiamo tendere.
Alzatomi dal letto trovai il mio Angelo che già mi aspettava in salotto.

“Vedi Gian Carlo” esordì lui prima ancora che io gli esponessi il mio dubbio “ la tua sensazione circa la mancata risposta alla domanda iniziale non è giusta.
Il racconto voleva  indicare  solo come la perfezione sia facilmente raggiungibile, contrariamente a quanto si pensa, e quale sia quella che il Signore vuole che noi cerchiamo.
Ovverosia l’amore incondizionato per il nostro prossimo.
E questo amore non richiede grandi sacrifici, ma solo totale dedizione, e questa a sua volta può manifestarsi anche per il limitato tempo di un fine partita di baseball, ma in quel limitato tempo si può raggiungere la perfezione.
E così raggiungere quella perfetta felicità, che tutti i presenti hanno provato nell’istante in cui il ragazzo ha raggiunto l’ultima base.
Perché è di tutta evidenza che la discesa in campo di quel ragazzino aveva suscitato un’ondata di sincero affetto nei suoi confronti, cancellando quella pena che indubbiamente aveva suscitato il suo faticoso arrancare verso la sua postazione di gioco.
Ed è stata proprio la purezza di quel comune sentimento d’amore che ha consentito loro di provare un istante di assoluta felicità nel momento in cui il ragazzino conquistava l’ultima base.
Perché la felicità è un dono che il Signore fa a tutte le creature che seguono il suo comandamento d’amore per il prossimo.
Ma la purezza di quel sentimento comune nasceva anche dalla inconfessata certezza che il Signore avrebbe esaudito ciò che tutti speravano: la vittoria del ragazzino sul suo grave handicap.
Un atto di fede dunque nella bontà divina  che aveva fatto in modo da consentire a quel ragazzo ciò che mai più avrebbe pensato di poter ottenere: giocare e vincere per merito solo suo una partita di baseball. Fede ed amore quindi che meritavano la felicità da tutti provata.

Ma  veniamo alla domanda iniziale.
A te è sembrato che il racconto non abbia risposto alla domanda circa la perfezione di Dio. Ma non è così, il racconto ci dice che indistintamente tutti coloro che erano presenti presero parte alla corsa del ragazzo, e quel che più conta lo fecero anche i tifosi della squadra avversaria con gli stessi giocatori, ben sapendo che in tal modo avrebbero perso la gara, tuttavia i primi lo incitarono ed i secondi lo aiutarono lanciando palle lente per dargli il tempo di giungere alle successive basi.
Il perché di simile comune comportamento, lo abbiamo visto, si spiega con l’improvviso amore che tutti provarono per il ragazzo ed ancor più col desiderio di dargli una felicità che, dato il suo stato fisico, non era assolutamente raggiungibile, e per ciò stesso inimmaginabile.
E quando lui raggiunse l’ultima base e con essa la perfetta felicità, tutti ne furono partecipi.
Ebbene in quell’istante,  così come il ragazzo si era liberato da tutti i tremendi vincoli a cui il suo corpo handicappato lo legava, altrettanto avveniva per tutti i presenti.
In altre parole tutti si erano liberati della materialità del proprio corpo per raggiungere la totale spiritualità della felicità che stavano provando.
Si erano dunque trasformati in puro spirito, quindi fuori dai vincoli di spazio e  tempo in cui la mente umana è in grado di pensare.  
Per un istante dunque la felicità che provarono  aveva liberato il loro spirito che naturalmente era ritornato a far parte del Tutto da cui era uscito con la Creazione.
Ti domando allora Gian Carlo, qual è la risposta alla domanda iniziale che si desume da quel racconto?”

Per un momento rimasi interdetto perché la risposta che mi veniva alla mente era inconcepibile: qual era la perfezione di Dio?, ed a me pareva di saperlo.
“La felicità” risposi titubante “ Perché quel racconto ci dice che l’essenza di Dio è uguale a quella perfetta felicità che tutti i presenti a quella partita provarono seppure per un istante”
Poi aggiunsi: “ Credo infatti che  lo sconosciuto autore di quel racconto abbia avuto una ispirazione divina, perché, come nelle parabole, il senso profondo è celato sotto l’apparenza del semplice racconto.
Infatti l’iniziale sensazione era quella che alla domanda principale non fosse data risposta, e solo attraverso la “Logica” del tuo discorso  l’ho potuta intendere.
Ma quella “Logica” mi riporta al Vangelo di Giovanni  che nell’originaria stesura greca inizia  con la frase : “In principio era il LOGOS ed il LOGOS era presso Dio e Dio era il LOGOS”.
Se è così il VERBO ha nuovamente parlato attraverso la moderna parabola che quello sconosciuto autore ci ha raccontato  e che tu mi hai svelato.

lunedì 13 dicembre 2021

Per chi suona la campana

 



Era un po’ di tempo che avevo in mente quel versetto di John Donne, ripreso da Hemingway in “Per chi suona la campana”, che recita. 

Nessun uomo è un’isola.. Io sono partecipe dell’umanità ed ogni morte di uomo mi diminuisce, perciò non mandare mai a chieder per chi suona la campana, essa suona per te”, e, seppure ne condividessi totalmente lo spirito, mi sembrava che in qualche modo fosse in contrasto con la parola di Gesù.
E questa sensazione mi turbava.
Eppure John Donne, poeta a cavallo tra il 5/600, era stato il decano della cattedrale di S. Paul ed aveva scritto poesie e sermoni che certo non erano in contrasto con il Vangelo.
Incuriosito da quella strana sensazione mi venne voglia di leggere per intero quei versi da cui Hemingway aveva tratto quel versetto. Essi così recitano.

“Nessun uomo è un’isola intero in se stesso,  ogni uomo è un pezzo del continente, una parte della terra. Se una zolla viene portata dall’onda nel mare, l’Europa ne è diminuita, come se un promontorio fosse stato al suo posto, o una magione amica o la tua stessa casa. Io sono partecipe dell’umanità, ed ogni morte di uomo mi diminuisce, perciò non mandate mai a chiedere per chi suona la campana, essa suona per te”

Mi ricordai allora di aver letto un libro di Thomas Merton,  il cui titolo era appunto “Nessun uomo è un’isola” del quale in internet trovai questa frase che ne spiegava il titolo.
“Quello che faccio viene dunque fatto per gli altri, con loro e per loro: quello che essi fanno viene fatto in me, da me e per me. Ma ad ognuno resta la responsabilità della parte che egli ha nella vita dell’intero corpo”
Seppure anche Merton, morto nel 1968, fosse stato in vita un religioso, era un frate trappista, il ché mi avrebbe dovuto assicurare circa la ortodossia del suo pensiero religioso, quella sensazione di incertezza si focalizzò sul significato profondo che sentivo che si celava tanto in Donne che in Merton; senza però riuscire a chiarirla a me stesso
Così decisi di parlarne con il mio Angelo.

La serietà con cui ascoltò le mie parole e la pausa che ne seguì prima che incominciasse a parlare, mi diedero subito la misura dell’importanza del mio dubbio.
Poi, senza neppure l’ombra del sorriso con cui accompagnava sempre le sue risposte, prese a dirmi.

Il tuo dubbio è fondato, ma non riguarda lo spirito che guidò quei due religiosi quando scrissero quelle parole, perché tutta la loro vita, come tu stesso hai rilevato, fu vissuta nello spirito del Vangelo.
E neppure il senso profondo di quelle parole, che tanto ti turbano, legittima quel turbamento.
Quello che ti turba è come l’assenza di Dio che sembra trasparirne, non ti impedisca di condividerle.
Questa condivisione ti crea quel turbamento che mi hai rappresentato.”
Seguì un silenzio pensieroso, quindi proseguì.

“Ma quel turbamento è legittimo perché effettivamente in quelle parole, seppure bellissime e condivisibili da ogni buon cristiano, manca la luce della salvezza che Gesù ha predicato.
Ci invitano infatti a sentirci un tutt’uno con il resto dell’umanità, e questo sentimento è possibile solo se supportato da un grande amore per il prossimo, che altro non è che il comandamento primo dettato da Gesù.
E questo spiega la condivisibilità immediata che se ne ha.
Ma poi subentra, inconsciamente nel tuo caso, quel turbamento che non sei riuscito a spiegarti, dovuto, come ti ho detto, all’assenza di Dio nel mondo che quelle parole descrivono.
Un mondo d’amore, certo, ma limitato alla sola umanità, senza alcuna uscita al di fuori di questa.
Un amore, in definitiva, dell’uomo e per l’uomo e quindi destinato a morire con l’uomo stesso.
Nessuna salvezza quindi per quell’amore oltre la morte.
Gesù sembra non essere mai esistito.
Ma non è tanto questa considerazione che ti ha turbato, perché la tua fede l’ha istantaneamente rifiutata, quanto quella che altrettanto istintivamente hai intuito essere la costante di quelle persone che pur con dispiacere, dichiarato o comunque sentito, affermano di non riuscire a credere in Cristo.
Persone la cui vita in ultima analisi è simile alla tua, che cerchi di seguire la parola del Signore.
Ed allora ti domandi come possa essere condannabile tale vita, se è stata pervasa da quell’amore che le parole di Donne e Merton hanno descritto?
E’ una domanda terribile alla quale solo la giustizia del Signore darà risposta.
E tu questo lo sai perfettamente, ma ciò non ostante il turbamento permane.
Io credo che ciò avvenga, ed è giusto che sia così, non solo e non tanto per l’amore che ti lega a quelle persone, quanto, e ciò non è giusto, per il dubbio che Satana ha insinuato in te, proprio attraverso quell’amore, circa la giustizia del Signore.
Solo la piena consapevolezza dell’assoluta perfezione di quella giustizia potrà restituirti quella serenità che ti sembra di aver perduto.
Hai subito una delle tante tentazioni del maligno, la cui potenza è superiore alle tue possibilità di resistenza senza l’aiuto del Signore.
Quindi, parafrasando proprio il versetto di Donne, non domandarti per chi suona la campana, perché se da una lato è vero che suona per te in quanto partecipe dell’umanità, ciò avviene non solo perché tu non sei un’isola, ma perché la giustizia del Signore ha stabilito che suonasse.
Il perché neanche Donne lo ha affrontato, consapevole che la risposta è insita in un atto di fede che il Signore ha chiesto a ciascuno di noi.
Quei versi infatti si rivolgono a coloro che, non credendo, mandano a chiedere per chi suona la campana, e costituiscono meravigliosamente il primo passo che quelli devono fare per giungere a quel Gesù cui non credono.
Donne infatti dichiarando che la campana suona per te in quanto partecipe dell’umanità, ti carica anche del conseguente dolore, ma poiché questo trova unica ragione nell’esistenza un precedente amore, e poiché colui che manda a chiedere per chi suona la campana dimostra inequivocabilmente un interesse per quella morte, questo interesse, ove non sia frutto di mera curiosità, non potrà che avere natura sentimentale ,ovverosia d’amore.
Ed è proprio a questa persona che si rivolge Donne, non ad un credente dunque la cui fede non necessita di tale domanda, per spiegargli come quell’amore, che lo ha spinto a formulare quella domanda, debba estendersi a tutta l’umanità proprio perché lui ne è partecipe.
E che ne sia partecipe lo dimostra proprio quell’interesse a conoscere per chi suona la campana.
Amore quindi che deve poter esistere anche oltre la morte del singolo, perché diversamente il dolore che dal suono di quella campane ne è derivato, sarebbe  unicamente un fatto personale senza possibilità di superamento e  quindi, quel che è più grave, senza un valida ragione per accettarlo, perciò inutile e come tale da evitare.
Ma è proprio questa decisione, non amare per non soffrire, che Donne contesta ricordando, appunto, che nessun uomo è un’isola.
Non potendo ovviamente ricordare l’amore di Cristo in cui il suo interlocutore non riesce a credere.
Ed allora tu, che al contrario di quello, sai perfettamente che la campana suona per un tuo fratello e quindi per te, non ti turbare se in quei versi Cristo pare assente, ma anzi apprezzane lo spirito di evangelizzazione.
E proprio quei versi siano la risposta da dare a coloro che dichiarano di non riuscire a credere nella parola di Gesù.”

Quella notte mi addormentai sereno.

 
    
 
 
 
 
 
 
 

sabato 24 luglio 2021

Ora et Labora

 



Alcuni giorni dopo mi venne fatto di domandarmi se con il riferimento all’insegnamento benedettino, “Ora ed labora”, con cui l’Angelo aveva concluso il precedente dialogo, avesse voluto solo confermarmi come il mio periodo passato a Farfa fosse stato fruttifero, ovvero se intendesse farmi approfondire il mio ragionamento proprio sulla validità di quell’insegnamento anche ai giorni nostri.

Ed ovviamente la sera trovai l’Angelo che sempre sorridente mi aspettava proprio per pormi quella domanda.

“E’ difficile risponderti perché, se da un lato ritengo che solo la preghiera può trovare ascolto nel Signore, specie se pronunciata nel nome del Figlio, dall’altro lato sono egualmente convinto che proprio l’invio del Figlio nel mondo dimostri inequivocabilmente la Sua volontà salvifica, che quindi potrebbe prescindere dalla preghiera stessa.”

“ E allora come risolvi l’evidente contrasto in cui sei caduto?” mi rispose l’Angelo.

“Il dubbio  mi è sorto leggendo quel passo del Vangelo di Luca (12/22)in cui Gesù dopo aver invitato i discepoli a non preoccuparsi “del cibo di cui avete bisogno per vivere né del vestito di cui avete bisogno per coprirvi” rammenta loro, prima gli uccelli “che non seminano e non mietono non hanno rispostigli ne granaio eppure Dio li nutre. Ebbene voi valete più degli uccelli!” e poi i gigli del campo che “ non lavorano ne si fanno vestiti. Eppure io vi dico che neppure Salomone con tutta la sua ricchezza, ha mai avuto un vestito così bello!”  quindi conclude “ Se dunque Dio veste così bene i fiori del campo, che oggi ci sono, e il giorno dopo vengono bruciati, a maggior ragione darà un vestito a voi, gente di poca fede! Perciò non state sempre in ansia nel cercare che cosa mangerete o che cosa berrete, di tutte queste cose si preoccupano gli altri, quelli che non conoscono Dio. Ma voi avete un padre che sa ciò di cui avete bisogno. Cercate piuttosto il regno di Dio e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta”

Mi domandò allora l’Angelo: “Quale dubbio può esserti mai sorto da quelle parole che al contrario sono di una chiarezza assoluta in ordine alla vicinanza del Signore in ogni momento ed in ogni esigenza  della vita ?”.

“Il dubbio non riguarda la continua vicinanza del Signore, bensì l’inutilità della preghiera data appunto tale vicinanza.
Mi spiego meglio, se non dobbiamo preoccuparci  del cibo che mangeremo o delle vesti per coprirci, perché  Dio ben conosce ciò di cui abbiamo bisogno, mi sembra, e qui sta il mio dubbio, che la preghiera sia inutile dato che ciò di cui abbiamo bisogno ci verrà comunque dato dal Signore, come avviene per gli uccelli e i gigli del campo.
Ma se questo ragionamento è corretto, allora perché Gesù ha insegnato agli apostoli la preghiera al Padre Nostro nella quale si chiede il pane quotidiano?”

L’Angelo, questa volta non sorridendo, così mi rispose
“La contraddizione che hai rilevato è solo apparente e non di sostanza, perché se da una lato è vero che non dobbiamo preoccuparci di ciò che mangeremo e vestiremo perché Dio sa ciò di cui abbiamo bisogno, dall’altro lato è anche vero che Gesù conclude il suo insegnamento agli apostoli dicendo “ Cercate piuttosto il regno di Dio e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta”.
Queste sono le parole che risolvono il tuo dubbio.
Gesù infatti ha voluto dirci tre cose: la prima è che la ricerca del regno di Dio deve essere la principale, se non unica, preoccupazione che l’uomo deve avere, la seconda è che tutte le altre preoccupazioni sono da considerarsi superflue rispetto alla prima, la terza è che quantunque superflue saranno comunque soddisfatte a colui che ricerca il regno di Dio.
E veniamo alla preghiera.
 E’ vero che Gesù ci ha invitato a chiedere al Signore il nostro pane quotidiano, ma ci ha anche detto di chiedere di rimetterci i nostri debiti così come noi li rimettiamo ai nostri debitori. L’invito a quella preghiera quindi è diretto a tutti coloro che ancora non abbiano rimesso i debiti ai loro debitori.
Ricorda infatti quell’altro passaggio del vangelo in cui Gesù invita chi voglia recarsi al Tempio per pregare, di fare prima pace col proprio fratello che, evidentemente, riteneva essergli debitore.
Dunque quella preghiera è stata dettata per tutti i fedeli che ancora non siano riusciti a capire che solo la ricerca del regno di Dio deve essere lo scopo della vita.
Ovverosia purtroppo, e di questo era perfettamente conscio Gesù, per la quasi totalità dei fedeli.
 Con ciò ribadendo il Suo potere salvifico quale conseguenza della Sua discesa sulla terra.
Queste considerazioni per fugare ogni dubbio circa la necessità della preghiera per tutti i fedeli; tutti, ripeto, compresi anche quelli che ricercano il regno di Dio, perché l’umiltà e la coscienza della propria pochezza di fronte al Signore, impedisce loro di ritenersene esentati, ché diversamente tale convincimento si risolverebbe in una orgogliosa e come tale inammissibile presunzione.”

“Ora et Labora” risposi io “ Avevano ragione i monaci di Farfa dunque. Perché da quanto mi hai detto credo che quel principio si possa tradurre in “Prega e Vivi la tua  vita come la preghiera ti indicherà.
 E poiché tanti sono i chiamati ma pochi gli eletti, credo che il monaco di Farfa che mi insegnò quella formula sia fra quest’ultimi.
Agli altri, come me, solo la preghiera ci potrò indicare quale debba essere la vita che ci trasformerà in eletti.
Ed ovviamente quella vita non potrà avere altro scopo che la ricerca del regno di Dio.
Perché tutto il resto, ossia il pane quotidiano, ci verrà dato in aggiunta”


venerdì 30 aprile 2021

La Trinità

 





La sera precedente ad una cena con amici il discorso era si era incentrato, come spesso accade alla nostra età, sulla religione.
Trovai i miei ospiti piuttosto agguerriti su una posizione di totale incredulità sull’esistenza di un Creatore.
 Sostenevano infatti che la teoria evoluzionistica, ormai pacifica, lo escludeva.
A quel ragionamento obiettai che detta esclusione non poteva trovare ragione in tale teoria, quanto meno sotto l’aspetto logico, atteso che ove si ipotizzi un “inizio” non può negarsi un “prima”, e conseguentemente il Creatore andava ricercato in quel prima.
Ma proprio perché quel prima è, per così dire, fuori dallo “spazio” e dal “tempo”, che sono le categorie entro le quali ci possiamo muovere e ragionare, non ci è dato neppure immaginare il Creatore.
A quel punto la discussione si spostò sulla Trinità, per dichiararne l’assoluta incongruenza.
E fu a quel punto che mi trovai in difficoltà.

L’Angelo, che mi aveva ascoltato attentamente, mi domandò: “Vedo che sei ancora molto turbato, e  che non mi hai ancora precisato quale sia stato il ragionamento che ti ha  colpito tanto da esitare a farmene partecipe, quasi temessi di bestemmiare”

“E’ vero” risposi “ sono turbato, ma non esito perché temo di bestemmiare, ma perché non mi so dare pace di non essere stato in grado di confutare soddisfacentemente le loro affermazioni”

“Ma dunque che cosa è stato detto di tanto terribile” mi incalzò l’Angelo

Il loro ragionamento  si fondava su queste domande:

Quale  Dio è mai quello predicato da Gesù che pretende la morte in croce del figlio, che è Dio come lui, per perdonare l’umanità del suo peccato, mentre la terza figura, lo Spirito Santo, nulla ha da obiettare ?

 Non ti vengono in mente i sacrifici umani che erano dovuti agli Dei per ottenere la loro benevolenza ?

E qual era questo peccato così grave da rendere necessaria una tale vittima?La mela di Eva e quindi la disubbidienza al suo comando? E ti pare accettabile tutto ciò?”

Povero Gian Carlo” mi rispose l’Angelo “hai subito un attacco in piena forza di Satana, ma ora calmati e lascia parlare la tua fede .

Mi spiego meglio. Tu non sei stato in grado di rispondere, non perché la tua fede fosse scarsa, ma perché ti sei rivolto alla tua conoscenza della fede, e questa per quanto grande non è in grado di confutare Satana quando questi decida di intervenire in prima persona.

 Avresti dovuto chiudere il cervello ed affidarti completamente allo Spirito Santo che ti avrebbe suggerito le parole.

Come Gesù disse  di fare agli apostoli, quando si sarebbero dovuti difendere dinanzi i Tribunali.”

“ Ma  quale ragione  ha spinto Satana a tale durissimo intervento?” gli domandai “Non credo per minare la mia fede che, come te, anche lui sa essere incrollabile,”

“Le parole che lui ha messo in bocca ai tuoi amici erano dirette al loro stessi” mi rispose l’Angelo “ e non a te.

 Voleva infatti confermare a loro stessi la fondatezza dei dubbi che già avevano.  

 E la ragione per la quale ti ha rovesciato addosso tutte insieme quelle problematiche era per confonderti e farti perdere la calma necessaria per invocare lo Spirito Santo. Ma ora credi di aver riacquistato quella calma? E se si, che cosa intendi fare?”

“ Mi domandi che cosa io intenda fare perché tu ben sai che io voglio e devo fare qualche cosa per quegli amici, ed altrettanto sai che una ragione del mio turbamento consiste nella promessa di inviare loro i miei racconti, ma sai anche che tale promessa celava la volontà di riprendere, per confutarli, i loro convincimenti.

Io credo che i miei amici, attaccando così duramente la mia fede, non intendessero deridermi e, quel che più conta, cercare di farmene dubitare, ma,  forse, espormi i motivi che impediscono loro di credere, nell’assurda, inconscia  speranza di una mia parola che instillasse in loro un fondato dubbio su quanto stavano affermando.

Dunque non parole di conversione, che ben sapevano essere fuori dalla mia portata,  ma semplicemente di fede, della mia fede.

Questa trova il suo fondamento nel Prologo del Vangelo di Giovanni:

“In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e Dio era il Verbo.

Questo era in principio presso Dio.

Tutto per mezzo di lui fu fatto e senza di lui non fu fatto assolutamente nulla di ciò che è stato fatto.

In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini;

e la luce nelle tenebre brilla e le tenebre non la compresero.”

Più oltre Giovanni prosegue :

“E il Verbo si fece carne e dimorò presso di noi e abbiamo visto la sua gloria, gloria come di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità”

Io credo in queste parole con cui Giovanni ha cercato di spiegare il mistero della Trinità.

Dio è il Verbo, ossia il Logos, come testualmente Giovanni, che scriveva in greco, lo ha definito.     

E il Logos per il filosofo Eraclito era è il principio vivente ed attivo che si diffonde nella materia inerte animandola e portando alla vita i diversi enti.
« Non ascoltando me, ma il logos, è saggio intuire che tutte le cose sono Uno e che l'Uno è tutte le cose. »

Principio vivente quindi che dà la vita quindi.

Per Giovanni e per tutti i credenti questo “Principio vivente” è un’entità inimmaginabile, proprio perché oltre lo spazio ed il tempo, che crediamo essere il nostro Dio, creatore di “ tutto ciò che fu fatto”

Ma poi Giovanni aggiunge che “ il Verbo si è fatto carne e dimorò presso di noi”

Dunque non ha senso parlare di Gesù come entità scissa dal Padre, perché è sempre il Verbo che si è fatto carne.

Di conseguenza non ha senso ritenere che il Padre abbia voluto il sacrificio del figlio, proprio perché è sempre il Padre che si è sacrificato.

E quindi non ha senso ritenere che questo sacrificio sia stato fatto per placare l’ira del Padre.

Poiché  però io credo che il sacrificio di Gesù sia comunque avvenuto, questo non poteva che essere finalizzato all’ uomo, ossia all’umanità, e non a placare la propria ira.

Con la parabola del Buon Pastore infatti Gesù stesso ci dice:

“ Io sono il buon pastore e conosco le mie  (pecore) e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce  me ed io conosco il Padre.  Io do la mia vita per le pecore. Ed ho altre pecore che non sono di quest’ovile. Anch’esse devo guidare, ascolteranno la mia voce e saranno un solo gregge, un solo pastore”

Dunque il Verbo si è fatto carne per guidare tutte le pecore in un solo ovile.

Tuttavia potrà guidarle solo se ascolteranno la Sua voce.

Ma per ottenere il loro ascolto è necessario che dia loro un segno indiscutibile d’amore che le rassicuri sulla sua intenzione di ricondurle all’ovile ove si sentono sicure.

Il sacrificio estremo quale segno d’amore e la resurrezione quale segno di potenza assoluta.

Dunque il Logos che contiene in se il Figlio e lo Spirito Santo

E veniamo al “peccato originale”.

Quello commesso da Eva è senza dubbio una disobbedienza, ma certo non quella di aver mangiato il frutto proibito.

Ma quello di aver ritenuto che la libertà di arbitrio , ovverosia di scelta, che era stata concessa all’uomo all’atto della sua creazione, lo legittimasse a separare Dio dalla sua vita.

Ora, al di là che con tale scelta l’uomo , in ultima analisi, riteneva di poter fare a meno di Dio, non si rendeva conto che così facendo allontanava da se la vita stessa.

Giovanni infatti precisa che in Dio “ era la vita e la vita era la luce degli uomini”.

Una scelta dunque che rifiutava la Vera vita, perché solo quella che Dio infuse in Adamo può dirsi tale.

 Nella Genesi infatti si legge che fece l’uomo a sua immagine e somiglianza, cioè creandolo per la vita eterna e non per la morte.

 Proprio perché, avendo creato Adamo  simile a se,  anche la vita che gli infuse era fuori dal tempo e dallo spazio, ovverosia senza fine.

Quella di Adamo dunque fu una scelta  di morte.

“ e la luce nelle tenebre brilla e le tenebre non la compresero” dice Giovanni.

Ed è questo il Peccato originale: la scelta delle tenebre che contrasta con la volontà di Dio al momento della creazione.”

 “ Tante altre e diverse argomentazioni sono state fatte dai Padri della Chiesa” mi rispose l’Angelo “ ma quelle che tu hai portato hanno il pregio della semplicità che è essenziale nelle questioni di fede, proprio perché questa, quand’è sincera, è quasi sempre irrazionale.

Infatti nessun dialogo è possibile con chi non sente nel suo intimo il desiderio, irrazionale appunto, di credere nell’esistenza di un Logos.”

Stanco per la concentrazione cui l’Angelo mi aveva costretto chiedendomi in ultima analisi di spiegare a me stesso, evidentemente, la mia Fede, mi addormentai soddisfatto.